Le periferie sono le terre degli ultimi

Foto di Luca Ferrante

Mimmo Calopresti, maestro del genere documentaristico e del cinema verità, ci parla del suo ultimo film
(Numero 29 – Bimestre gen-feb 2020 – Pagina 1,4)

Il suo ultimo film, ‘Aspromonte, la terra degli ultimi’, si svolge negli anni cinquanta ad Africo, un paesino arroccato nell’Aspromonte calabrese. Una donna muore di parto: il dottore non riesce ad arrivare in tempo perché non esiste una strada di collegamento. Gli uomini, esasperati, vanno a protestare dal sindaco per ottenere un medico condotto, ma nel frattempo, capeggiati da Peppe, decidono di unirsi e costruire loro stessi una strada. Tutti, compresi i bambini, abbandonano le occupazioni abituali per realizzare l’opera. Giulia, la nuova maestra elementare che viene da Como (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi), vuole insegnare a questi ragazzi l’italiano e li sostiene nel loro intento. Ma per il brigante don Totò (Sergio Rubini), esponente della ‘ndrangheta locale, Africo non può diventare un paese ‘italiano’ e quindi farà di tutto per impedire l’opera.
Mimmo Calopresti, in ‘Aspromonte, la terra degli ultimi’ lei descrive una realtà di povertà estrema e di abbandono. Chi sono per lei gli ultimi?
Andare ad Africo con il produttore Lucisano e l’attore Marcello Fonte, come me originari della Calabria, è stato tornare indietro ai tempi dei nostri padri, in uno dei luoghi più sperduti e difficili di tutta la regione.
E lì scopri che ‘gli ultimi’, questi poveri e negletti, sono persone in grado di lottare per i propri diritti e di riscattarsi dalla propria condizione di miseria. Se si scende alla base della questione, c’è gente che avrebbe bisogno di poche cose per stare meglio. Con poco si può risolvere molto:come ha fatto per esempio Mimmo Lucano a Riace che aveva indicato una strada per l’integrazione, contro la desertificazione dei luoghi. E invece quello che colpisce è la noncuranza ed il menefreghismo di chi potrebbe cercare di trovare soluzioni.
Lei è conosciuto soprattutto per il suoi film d’inchiesta e per i documentari centrati su situazioni drammatiche e a forte valenza sociale. Qual è il rapporto tra il suo cinema e la realtà su cui indaga?
Quelli che vengono come me dal basso, io sono figlio di operai, cominciano spesso a guardarsi intorno e a capire la realtà. Io per esempio ho cercato di evolvermi, di studiare, e alla fine mi sono anche permesso di fare cinema. Ma mantenendo sempre una passione per le persone e le loro storie. Da piccolo, all’età di 6 o 7 anni, vivevo per la strada e penso che in fondo ci ho guadagnato a vivere cosi. Ho acquisito un senso di libertà che mi ha portato a parlare delle persone e dei loro sogni. In questo ultimo film per esempio ho raccontato la storia di questi contadini che debbono costruirsi una strada che colleghi il loro paese al mondo. Questo progetto, portato avanti da tutti, bambini ed adulti, permette loro di esistere, di contare. E proprio attraverso il cinema, gli attori, molti dei quali non professionisti, diventano protagonisti. Ecco penso che il cinema, quando tratta di storie reali, ha la capacità di restituire la dignità e la forza a coloro che lottano contro le ingiustizie sociali e per i propri diritti.
Lei proviene da un paese della Calabria e sembra molto affezionato alla sua terra, che tuttora è vittima di criminalità mafiosa e problemi sociali irrisolti. Come vede il futuro della sua Calabria?
Sarà che sono un inguaribile ottimista perché credo nell’avanzata della società civile che modifica il contesto e la società di cui fa parte, ma mi sembra che la Calabria sia migliorata. Sì, è vero, c’è la ‘ndrangheta che non è sconfitta, ma ci sono anche giovani che oggi hanno un’apertura mentale diversa: viaggiano di più, usano gli strumenti digitali con intelligenza, studiano di più venendo in contatto con altri ragazzi. Complessivamente c’è più voglia di unità e di socializzazione. L’importante è offrire loro delle opportunità, come il cinema. Se gliele dai, allora riescono a coglierle, a mettersi in gioco, a darsi da fare, ad aprirsi al mondo e a scommettere su se stessi, e non rimangono solo a casa a vedere la televisione.
Mi ha colpito l’interesse degli spettatori in Calabria verso questo mio ultimo film: finalmente si sentivano rappresentati. A Reggio Calabria, all’apertura dell’anno giudiziario, sarà presentato ‘Aspromonte, la terra degli ultimi’. Questo evento sarà l’occasione per parlare di giustizia e di onestà a tanta parte della società civile che il procuratore capo ha invitato.
Lei da tempo risiede nel rione. Qui all’ Esquilino, chi sono gli ultimi? E quale può essere una risposta ai loro bisogni?
Anche in questo caso, trovo che il rione sia migliorato. Esistono spazi di degrado, al limite della legalità, per esempio intorno al mercato centrale, oppure gente che non vuole o non riesce a trovare un tetto per dormire. Ma continuo a pensare che con poche cose sarebbe facile risanare la situazione. Un po’ più di pulizia e decoro nelle strade, una migliore manutenzione, un’attenzione ai giardini, un po’ più di controllo e un maggior investimento negli spazi culturali. Per esempio ho sempre pensato quanto sarebbe bello avere un teatro. Una volta ne avevo parlato con Veltroni per realizzarlo negli spazi dell’Acquario. Oggi penso all’edificio ancora non utilizzato dell’ex Mas. Se ci si facesse qualcosa di grande come un cinema o un teatro, il rione farebbe subito un salto di qualità. In fondo l’Esquilino è un luogo vivace, con tanti artisti e intellettuali e molto conosciuto in tutta la città. Ci vorrebbe poco per farlo diventare attrattivo verso tutti i romani, e non solo.
Per tornare alla domanda, penso che a Roma ‘gli ultimi’ siano quelli che vivono nelle periferie. Lì la condizione di degrado è forse maggiore, come più pesanti sono i disagi, quali per esempio i tempi di percorrenza per raggiungere il lavoro e vivere la città.

Maria Grazia Sentinelli