Nel mezzo del cammin di piazza Dante

È forse all’Esquilino che si nasconde la porta d’accesso all’Inferno dantesco?
(Numero 27 – Bimestre set-ott 2019 – Pagina 10)

La similitudine appare immediata, fulminea, quasi scontata. Nondimeno, serpeggia evocativa e carica di suggestione. Tommaso Hobbes, guardandolo stupefatto, avrebbe forse ripensato alla magnitudine del suo Leviatano, altra allegoria feroce ed efficacissima del potere dello Stato che si fa sostanza innanzi al cittadino, esclamando: “Non est potestas super terram quae comparetur ei”. Il nostro Sommo Poeta, che dell’allegoria è stato funambolo finanche a dettarne le regole, avrebbe sorriso osservandolo, ammantato nel suo chiarore tutto nuovo, il Palazzo di Cassa Depositi e Prestiti. Ed anche se questo gli è postumo di centinaia di anni, immagino avrebbe avuto più di un valido motivo per reputarlo familiare.

Un’arcana presenza. Il gigante addormentato, infatti, sta proprio nel cuore del nostro rione e si affaccia su di una piazza Dante che, da qualche anno a questa parte, è stata più cantiere che altro. Un cantiere blindatissimo, oggi sappiamo tutti il perché, intorno al quale sono sorte curiosità e congetture di ogni genere. Cominciando dalle fantasticherie rispetto agli svariati piani scavati sotto terra e dai ritrovamenti che possano esserne conseguiti, passando per le speculazioni circa l’ipotesi che voleva l’avveniristica struttura in vetro e acciaio sovrastante come sede di un inedito eliporto.
L’inaugurazione di qualche settimana fa un po’ di dubbi ce li ha tolti ma, inevitabilmente, la quasi totalità degli arcani sono destinati a rimanere confinati in quella gabbia metafisica che è la nostra curiosità. Per il momento, allora, provo a farmi strada nella selva selvaggia di quel che rimane del cantiere e a penetrarla, almeno con l’immaginazione, facendomi aiutare proprio dal Sommo.
Allora, comincio ad illudermi: e se a scavare tutti quei piani sotterranei non fossero state quelle truppe di operai che per anni hanno invaso le nostre strade? Inizio quasi a credere che, magari nel cuore di una notte tempestosa, la terra si sia ritratta inorridita vedendosi cadere addosso Lucifero, scaraventato dal cielo dopo la ribellione! Forse proprio la presenza di questo nuovo ‘inquilino’ ci aiuterebbe a capire meglio alcuni dei vizi e malcostumi che serpeggiano tra le nostre strade!
L’inatteso soccorritore. Mentre me ne sto assorto in queste fantasticherie nel mio ufficietto che affaccia su Via Petrarca, intravedo due occhi sorridenti che fanno capolino dalla porta vetrata. Riconosco immediatamente la folta chioma nera che viene a strapparmi via dal turbine dei miei pensieri. Avrà pensato che mi fossi smarrito, ed allora il Maestro Andrea Fassi mi è giunto in soccorso. Lo osservo, mi colpisce un pacchetto color vinaccia che tiene sotto il braccio destro, quasi nascosto. Finalmente mi è tutto chiaro: “Si vorrà far perdonare le settimane di latitanza con qualche sanpietrino al caffè”, penso tra me e me. Non faccio in tempo a rimproverargli la lunga assenza che lui fulmina con uno sguardo quel mio ‘filo’ di pancetta, testimonianza di qualche peccato di gola di troppo: abbiamo tutti e due qualcosa da farci perdonare! L’estate è quasi alle spalle e con Andrea rispolveriamo quelle piccole abitudini che riempiono le nostre giornate nel rione.
Un volo pindarico. Dopo il consueto Giandujotto pomeridiano, momento filosofeggiante e condizione essenziale e categorica per gli uomini di pensiero, decidiamo di fare due passi verso via Merulana. Ed ecco che sfiorando quel che rimane del cantiere di piazza Dante decido di trascinare Andrea in quella ridda di speculazioni nelle quali ero inciampato poco prima.
Dapprima mi ascolta quasi rapito. Prendo il discorso molto alla lontana, usando quella sana dose di nozionismo che da una parte seduce e dall’altra confonde l’interlocutore. Il mio lungo prodromo sorge su fondamenta rigorose. Poi compio il grande salto, quello verso l’aleatorietà della speculazione. Arrivo a credere, ingenuamente, di essere piuttosto convincente quando provo a suggestionarlo svelandogli che la porta dell’Inferno dantesco, invero, non è tra le viscere di Gerusalemme, ma si trova all’Esquilino, a pochi passi da noi! A quel punto vedo una nota di disapprovazione nel suo sguardo. Capisco di aver dipinto un quadro dalle tinte troppo fosche, ed allora mi affretto a rettificare. Approdando ad una fantasiosa e pretenziosa superfetazione di simboli e parallelismi, arrivo a giustificarmi spiegandogli quanto io sia convinto che, a ben vedere, tra questi viali martoriati dall’umidità estiva – che già basterebbe a richiamare alcuni gironi e bolge dantesche – si possano percorrere anche lunghi tratti di Purgatorio e finanche intravedere sprazzi di Paradiso.
In quel momento mi accorgo che Andrea mi fissa con un misto di benevolenza e tenerezza, ed incalza: “Sei sempre troppo vago te, non penserai mica di uscire da questo vicolo cieco con qualche parolina detta bene!? Se vuoi convincermi, fammi almeno un esempio concreto!” In quel momento vacillo; poi mi tornano in mente alcuni versi appresi a memoria, figli delle tante parafrasi della Divina Commedia e degli studi classici, ed esclamo: “Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore…tu se’ solo colui da cu’ io tolsi…lo bello stiloche m’ha fatto onore.” Lui mi guarda interdetto e conclude sarcastico: “E questo sarebbe l’esempio concreto? Sei stato evasivo anche più del solito!”
Ormai siamo all’altezza di via Buonarroti e mi scappa un sorriso. Guardo Andrea e me ne convinco: all’Esquilino non avrò ancora trovato il Paradiso ma, smarrendomi, oltre che un Amico, ho trovato un Maestro.

Francesco Ciamei