Panifico ergo sum

Chiara Armezzani - n.31 Panifico ergo sum

La quarantena in un silenzioso rione che tornerà presto a far rumore
(Numero 31 – Bimestre giu-lug 2020 – Pagina 15)

Circondato da un silenzio anomalo, osservo la difficoltà che un rione come il nostro incontra nel migrare dalle strade alla vita online. Purtroppo, il movimento verso il virtuale appiattisce del tutto i suoi sapori e umori, privando l’Esquilino delle sue variopinte peculiarità.
Nel vuoto lievito. Anche qui, come in tutta Roma, è in atto un apparente quanto fragile ritorno agli albori, il pane ad esempio. In questo periodo buio abbiamo ricominciato a fare il pane in casa: il pane! Come se questo potesse esimerci o distrarci dall’essere diventati animali un po’ troppo ingombranti per il mondo: “Vedete, ho fatto il pane, sensazione primitiva! Ma allora un’altra via è possibile, lode alla frugalità, bisogna fare qualche passo indietro!”
Però facciamo il pane con le stesse modalità del ‘prima’, quindi ci consumiamo annoiati nell’istante in cui postiamo il nostro ritorno ai primordi. E piano piano nessuno fa più pane, e il silenzio per le strade resta. E il tedio si impossessa dell’Esquilino come di Roma tutta, che prima applaudiva dai balconi, poi cantava dalle terrazze, poi suonava dalle finestre e ora è strozzata in un vuoto senza scampo. E allora che si fa? Cuciniamo. Mangiamo, mangiamo, mangiamo. Improvvisiamo un tutorial e mangiamo, perché il vuoto, cui la natura ci ha messo dinanzi, altrimenti ci fagocita. Mangiamo per sopravvivere al vuoto.
La natura e lo spazio. Mi distraggo dal computer, inizia a piovere e ho fame. Mi affaccio alla finestra e vedo i cassonetti puliti. Mi affaccio di nuovo e non vedo doppia fila, poi mi affaccio ancora e vedo gatti litigare per un nonnulla e uno scoiattolo correre verso piazza Vittorio. Immagino l’animaletto dribblare i boys molleggiati all’entrata della piazza, come sempre muniti di peroncino e sigaretta, loro così immuni all’hashtag ‘Io resto a casa’.
La natura si riprende i suoi spazi. Con il pane in bocca che compro al forno qui dietro, perché di certo non lo faccio io, leggo ovunque di questa meravigliosa azione che la natura sta compiendo. Muoiono persone ma la natura si riprende il suo posto. Il paese è al collasso, ma porca miseria i cerbiatti sono tornati. L’essere umano è segregato in casa ma a Venezia l’acqua è splendida, i delfini! Dobbiamo darci una regolata, è Dio, è la Natura è la coscienza a gridarlo!
Sia chiaro, dell’estinzione umana a me interessa ben poco, è naturale e doveroso per una razza come la nostra estinguersi, come invece mi piacerebbe un migliore equilibrio con la Terra. Tuttavia festeggiare ricchi di puerile stupore in questo momento lo trovo, appunto, ripetitivo come fare il pane in casa per poi annoiarsi.
Ripartire, come? Ci stupiamo per banalità enormi pur di non fermarci. Non fermarci mai. Chi si ferma è perduto. Chi si ferma fa i conti con il silenzio. Questa volta ci ha fermato la natura. Non ripartiremo come prima, anche l’Esquilino dovrà interrogarsi molto, forse più di altri. E magari, chissà, torneremo a fare il pane davvero per colmare i nostri stomaci e non il nostro ego!
Quindi? Quindi reggere un poco di più il confronto con il silenzio, non quello per strada, intendo, potrebbe essere una buona ricetta, valida sempre.

Andrea Fassi