A cena in un angolo di Repubblica popolare cinese

Chiara Armezzani - n.30 A cena in un angolo di Repubblica popolare cinese

Prima dell’allerta virus, il ricordo di una serata: i piatti della tradizione, il saluto ad un vecchio amico
(Numero 30 – Bimestre mar-apr 2020 – Pagina 13)

Il virus più pericoloso è l’ignoranza. Quella si piglia e basta. Te la trovi fin da piccolo, la erediti, te la vivi e ti resta fluida nel sangue. Che poi spesso l’ignoranza è silenziosa, un sopracciglio che si tende verso l’alto, una smorfia lieve. Si annida persino nei capillari di apparenti benpensanti. Ma questa è un’altra storia.
L’originalità è in via Buonarroti. Esprimo la mia posizione in silenzio su ‘l’allerta virus’ e ricordo la mia cena cinese in via Buonarroti di poche settimane fa, prima che l’emergenza arrivasse in Italia. C’e? un ristorante che reputo sopra la media e che quando questo periodo grigio sara? finito, sara? tra i tanti che dovranno essere sostenuti. È una cucina che attinge alla tradizione di una Cina che non conosciamo, mi ha colpito molto per la peculiarita? dei piatti proposti.
È semi vuoto. Perché la comunità cinese è la prima ad aver risentito dell’ondata di paura. Tutta. Anche se molti di loro non hanno voce per difendersi. Lo stile del locale è ricercato, colorato ed elegante. Il menù è meraviglioso, finalmente diverso dai soliti ristoranti cinesi sempre uguali tra loro. L’evoluzione del valore culinario in Italia ha trainato una manciata di ristoratori asiatici lungimiranti, desiderosi di dipingere finalmente l’inestimabile cultura alimentare del territorio cinese con nuovi decisivi tratti.
Trippa di pollo e bambù, manzo lardellato piccante, zuppe squisite, pancetta croccante e anatra. Non vedo ravioli al vapore classici o involtini primavera, e questo mi stuzzica. Il gusto mi incuriosisce.
La verità è che la cucina cinese cui siamo abituati si è standardizzata sui nostri gusti. Le nostre aspettative possono essere più o meno soddisfatte dal sapore ma quasi mai dall’innovazione. La contaminazione culinaria, quella pensata e ricercata, è nella complessità di produzione e nel rischio di deludere i punti deboli. Chi riesce ad esprimerla abbattendoli entrambi, vince.
Quando lavoravo in Cina, la mia colazione abituale era una zuppa di gamberi freschi con spaghetti di riso sottili preparata da un’anziana signora sdentata. Mi aveva preso in simpatia. Ecco, entrare in questo ristorante mi ha riportato a quelle fredde mattine d’inverno a Shanghai, dove vinceva la curiosità per l’ignoto di una colazione cinese contro la diffidenza verso abitudini culinarie decisamente diverse.
A scatola chiusa. Il mio desiderio in questa puntata di ‘Esquisito’ è di presentarvi un ristorante da provare a scatola chiusa, senza anticipazioni, provando a immaginarvi immersi in una trattoria di Pechino o di Shanghai, a cena vicino ad avventori cinesi come me questa sera. Sconosciuti commensali che potrebbero temere siate voi ad aver viaggiato e contratto il virus Corona.
Qualche tavolo più avanti rispetto a dove sono seduto c’è un amico cinese. Ci incrociamo poco dopo la cena, mi stringe la mano e io lo abbraccio dandogli due pacche sulle spalle. Mi chiedo se avremmo immaginato che poche settimane dopo sarebbe stato necessario solo un “ciao” a distanza. Ridiamo insieme. Eppure sono certo di aver percepito nel suo romano impeccabile un sottile disagio, un pensare che qualcuno potesse temere la sua nazionalità, temere di poter entrare in contatto con il virus. Ma questo oggi farebbe sorridere visto come sono andate le cose.
Sì, perché la paura è uguale in tutti noi, ed è solo la cultura che ne determina le conseguenze.

Andrea Fassi