Alle origini della toponomastica esquilina

Alla ricerca del consenso, esaltando il Risorgimento e la dinastia sabauda nel nuovo ‘quartiere’ Esquilino
(Numero 29 – Bimestre gen-feb 2020 – Pagina 6)

Redatti i piani urbanistici per i primi “quartieri” di Roma capitale – Esquilino, Castro Pretorio, Viminale, Celio – già a partire dal 1871 cominciavano a circolare i nomi delle strade e delle piazze dedicate ai personaggi famosi della storia d’Italia, alle battaglie risorgimentali, alle principali città italiane. Ma erano nomi assegnati casualmente, dati per localizzare i progetti presentati in Commissione edilizia, e quindi erano disomogenei nei loro riferimenti, pur nella evidente ricerca di esaltare i valori della nuova Roma, capitale del Regno d’Italia.
I nuovi “quartieri” in formazione. Il Consiglio comunale, data l’importanza della toponomastica per i nuovi “quartieri”, affronta a più riprese la delicata questione, ed il 30 novembre 1871 – sindaco Francesco Grispigni – approva la proposta di dare alle vie del nuovo “quartiere” Viminale/De Mérode i nomi delle principali città d’Italia.Luigi Pianciani, eletto nuovo sindaco nel novembre 1872, tra le sue prime iniziative, porta in Consiglio comunale la proposta che la piazza e le sedici vie di Castro Pretorio siano dedicate “ai luoghi delle patrie battaglie, terminandosi con il XX settembre giorno fausto con cui si sono chiuse le battaglie”, ottenendone l’approvazione nella sessione del 30 dicembre 1872. La Giunta infatti “ispirandosi ai nobili sentimenti di patriottismo” aveva proposto che si cogliesse l’occasione della nuova toponomastica per ricordare con le tabelle viarie “i gloriosi fatti d’arme che (avevano condotto) al compimento dell’Unità italiana”.
Celio ed Esquilino.Dopo Castro Pretorio, il Consiglio comunale provvede anche per Celio e per l’Esquilino, il più grande dei nuovi “quartieri”, e così nella sessione del primo agosto 1873, dopo un iniziale rinvio, la proposta presentata dalla Giunta comunale di statistica viene definitivamente approvata all’unanimità. Per il Celio il Consiglio comunale decide di dare nomi che richiamano “la memoria di quel famoso colle” – Claudia, Celimontana, Annia, Marco Aurelio, Capo d’Africa, Querquetulana (sostituita poi con Querceti), Ostilia e De Simmachi – mentre per l’Esquilino stabilisce di dare alle vie e piazze “i nomi di tutti quei grandi che meglio contribuirono ad unire l’Italia in una sola patria”. Più precisamente il nome degli “uomini illustri che seppero in variata guisa ben meritare della patria”, “quali col valor delle armi, o colla politica di azione, quali colle scienze, colle lettere o colle arti; quali finalmente per essere con instancabile zelo e con ispecialissimi fatti adoperati a tener viva sempre meglio la idea di nazionalità che oggi compiuta si rappresenta nella persona e nella dinastia del primo re d’Italia”, individuando con maggiore coerenza quei nomi già indicati nelle planimetrie urbanistiche redatte dall’Ufficio tecnico.
L’intitolazione definitiva di vie e piazze. Presa la decisione di mantenere il nome a via Urbana, a piazza di Santa Maria Maggiore e a via Merulana – troppo carico di memorie secolari è il loro storico nome – e modificata la via Strozzi in via del Viminale e piazza di Santa Maria Maggiore dietro la Tribuna in piazza dell’Esquilino, si introducono in via definitiva 36 nuovi nomi di vie: via Principe Umberto (in parte, le attuali via Amendola e Turati), via Principe Amedeo, via Balbo, via D’Azeglio, via Cavour, via Manin, via Farini, via Gioberti, via Mazzini (attuale via Cattaneo), via Carlo Alberto, via Napoleone III, via Rattazzi, via Cappellini, via Mamiani, via Ricasoli, via La Marmora, via Cairoli, via Bixio, viale Manzoni, via Galilei, via Tasso, via Ariosto, via Petrarca, via Alfieri, via Foscolo, via Machiavelli, via Ferruccio, via Giusti, via Buonarroti, via Leopardi, via dello Statuto, via Vico (non più esistente), via Principe Eugenio, via Conte Verde, via Emanuele Filiberto, viale Principessa Margherita (attuale via Giolitti) e quattro nuove piazze, Manfredo Fanti, Guglielmo Pepe, Dante Alighieri e piazza Vittorio Emanuele II.
La memoria del traforo del Frejus. Nei decenni successivi, via via che il rione si andava completando, l’Amministrazione comunale procedeva con ulteriori intitolazioni di vie e piazze, ma senza più quella coerenza che aveva animato i primi tempi di Roma italiana quando era riuscita a caratterizzare in maniera così fortemente identitaria questo ‘pezzo’ di città in cui noi oggi viviamo. Unica eccezione, la zona di Santa Croce in Gerusalemme, dove ben quattro strade hanno nomi che ricordano il Traforo del Frejus (1856-1871), che costituisce il principale collegamento transalpino tra Italia e Francia. E sono i nomi degli ingegneri che tale traforo progettarono e ne diressero i lavori: Germano Sommelier (1815-1871), Sebastiano Grandis (1817-1892) e Severino Grattoni (1815-1876) e dell’inventore delle perforatrici ad aria compressa che tali lavori rese possibili, Giovan Battista Piatti (1813-1867). Nomi che si affiancano al nome dell’uomo politico che con grande determinazione sostenne l’attuazione del Traforo del Frejus e che fu Maestro dei suddetti tre ingegneri, Federico Menabrea (1809-1896), ingegnere a sua volta, senatore del Regno, ministro e capo del governo al quale in precedenza era stata dedicata la vicina via Menabrea.

Carmelo G. Severino