Mangiare con gli occhi

Chiara Armezzani - n.17 Mangiare con gli occhi

Inizia il nostro viaggio gastronomico attraverso i cinque sensi. Prima puntata: la vista
(Numero 17 – Bimestre gen-feb 2018 – Pagina 15)

“La vista mostra le meraviglie che la natura ci offre”, dicevo nel mio ultimo articolo. Trovo il cibo, il mangiare, un atto intimo, paragonabile all’amore. Sì perché il nostro cervello risponde agli stimoli dei nostri sensi e il piacere che deriva dall’appagamento di qualsiasi istinto – sia nutrizionale che artistico o sessuale – passa in primis attraverso la vista.
La vista è il nostro contatto con il mondo esterno, il nostro filtro, la bussola. Chiamatela come volete purché sia chiaro: l’occhio vuole la sua parte.
Una fame primordiale. Questa mattina avevo fame. Una fame nera dopo una notte di sogni e incubi. Apro gli occhi e volo in cucina, guardo. “Guardo”, mosso dal mio cervello per vedere cosa mangiare senza perder troppo tempo. I miei sensi acuiti dalla fame, come istinto vuole, iniziano a interagire. Ma è la vista che ci interessa. Eccola, una pera succosa, rosata, ammaccata quanto basta per non sembrare tirata a lucido da un operatore del supermercato.
Lo stomaco gorgoglia e sembra che l’immagine della pera sinuosa abbia aperto un buco nero nel centro del mio corpo. Poi una scatola di biscotti al cioccolato. La macchinetta del caffè. Guardarla quasi mi intasa le narici dell’aroma di chicchi tostati. Ho il ricordo del caffè che faceva mia nonna al mare tutte le mattine. È la vista che invia l’input al cervello. Vedere incide sul mangiare.
A livello primordiale la vista era un primo approccio per evitare l’avvelenamento, per discernere frutti nutrienti da fogliame, per intuire il grado di maturità di bacche e frutta varia. Meno importante, per il nostro viaggio, dell’olfatto o del gusto ma più del tatto e dell’udito, il senso della vista alimenta la salivazione.
Ho l’acqualina in bocca al solo immaginare la polpa viva della mia pera succulenta, carnosa.
Quando i colori non tornano. Ma se la stessa pera avesse avuto la buccia viola? La mia vista avrebbe inciso sulla percezione del sapore non riconoscendo come consueto il colore del frutto. Questo turbinio di desiderio e emozioni non sarebbe mai avvenuto. Perché i nostri sensi trasportano stimoli al cervello ed essi si possono educare o ingannare. Avrei comunque deciso di mangiare la pera viola, ma con diffidenza avrei imparato che le consuetudini visive incidono. La vista mi fa “vedere” la dolcezza della pera anche perché riconosco il frutto. Un po’ come un volto dai lineamenti morbidi e chiari ci infonde sicurezza la mia pera succulenta, carnosa.
Quando i colori non tornano. Ma se la stessa pera avesse avuto la buccia viola? La mia vista avrebbe inciso sulla percezione del sapore non riconoscendo come consueto il colore del frutto. Questo turbinio di desiderio e emozioni non sarebbe mai avvenuto. Perché i nostri sensi trasportano stimoli al cervello ed essi si possono educare o ingannare. Avrei comunque deciso di mangiare la pera viola, ma con diffidenza avrei imparato che le consuetudini visive incidono. La vista mi fa “vedere” la dolcezza della pera anche perché riconosco il frutto. Un po’ come un volto dai lineamenti morbidi e chiari ci infonde sicurezza sensualità.
Vedere solo cibo. Ho fame, ancora. In secondo piano tutta la cucina. Vedo solo la pera, la moka e i biscotti al cioccolato. La vista ipnotizza il mio cervello. Pera, moka, biscotti al cioccolato. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Psychological Science, sembra che la fame induca il nostro cervello attraverso il senso della vista a una reazione indirizzata al soddisfare il bisogno di mangiare indotto dalla fame. Ossia se ho fame la vista capterà velocemente tutto ciò che è connesso al cibo pur se disperso in mezzo a migliaia di altri input. In poche parole esiste qualcosa in noi che seleziona le informazioni esterne per renderci la vita più facile.
Il cibo è un’arte. Alla fine scelgo la pera. La pera batte tutti. Ha un colore intenso e fresco. La addento con foga. La polpa sugosa fuoriesce a sostegno della ragione della mia vista. Un liquido giallo zuccherino cola lento dal lato del mio labbro. È una goduria. La vista ora si appanna, non serve più. Ho gli occhi chiusi e lascio agli altri sensi il compito di scegliere gli input da inviare al cervello che, burattinaio, inizia a provare sollievo.
Se oggi molti cuochi vengono definiti artisti è proprio perché essi proiettano gli alimenti in un immaginario artistico e culturale degno di nota.
Che sia la vista a guidarci in questo affascinante mondo culinario!

Andrea Fassi