La comunità slow che vuole cambiare il mondo

Sbarca dagli States nel rione, e per la prima volta in Italia, il nuovo metodo del 'Community Organizing'

Sbarca dagli States nel rione, e per la prima volta in Italia, il nuovo metodo del ‘Community Organizing’
(Numero 30 – Bimestre mar-apr 2020 – Pagina 1,3)

Denaro organizzato, persone organizzate’ o ‘l’arte della politica relazionale’. In questi e altri modi si autodefinisce il Community Organizing (CO), un nuovo metodo di organizzazione delle persone per cambiare il mondo che le circonda. L’Esquilino è pioniere di questo metodo, almeno in fase formativa, avendo ospitato negli ultimi mesi un corso di formazione tenuto da Diego Galli, presidente dell’Associazione Community Organizing Onlus e sperimentatore in Italia di questa pratica. Il Cielo sopra Esquilino lo ha intervistato per saperne di più. Abbandonate le petizioni, le lamentele superficiali, le proteste. Stiamo parlando di ‘potere’ – più verbo che sostantivo – che parte dall’ascolto e dalla fiducia costruita in giorni, mesi e anni, prima di porsi un obiettivo o intraprendere un’azione. Perché spesso, insegnano, non sono le soluzioni a mancare, ma il potere di applicarle.
L’ascolto guida. “Siamo abituati a un modello di leadership con un uomo solo al comando, carismatico, trascinatore. Bene, i leader del CO sono invece tanti, persone non per forza carismatiche, né forti, né popolari, ma di cui si ha fiducia, che hanno un seguito”. Spiega Diego Galli, giornalista, con un passato nel Partito Radicale e nei primi esperimenti di ‘democrazia diretta’ a Roma, organizzatore di BarCamp dell’attivismo sociale e poi approdato al CO, dopo una esperienza diretta negli Stati Uniti. “Si parte col trovare la cosiddetta ‘istituzione ancora’, organizzazioni stabili della società, anzitutto le chiese e le scuole”. Proprio com’è accaduto per il corso sul CO grazie a tre cittadini, attivi nel rione in associazioni e parrocchie, e alla possibilità di essere accolti dalla scuola Federico di Donato. “In America, dove nasce, il CO è forte grazie alle molteplici comunità religiose, sindacali, territoriali. Resta apartitico, apolitico, ma con un forte radicamento valoriale nella giustizia sociale”.
Una rete a ‘fiocco di neve’. Il problema della spazzatura, l’accattonaggio, il decoro urbano. L’incontro delle persone sul tema, il dibattito, la proposta di soluzioni, la sintesi delle posizioni, la decisione finale e i rappresentati delle associazioni che se ne fanno carico. Ecco, questo è quanto accade di solito nei comitati e associazioni di quartiere. Ma non è quello che accade con il CO. “L’ottica di ascolto è più difficile da organizzare in quanto non è subito produttiva, come una mensa o un servizio alla comunità” racconta Galli. La maggior parte del tempo è impiegato a incontrare persone in quelli che si definiscono ‘one-to-ones’. Si tratta di incontri faccia a faccia, della durata di 30-45 minuti, “Un’opportunità per esplorare un’altra persona, di guardare nel suo talento, energia e visione”.

Foto di Luca Ferrante

Il CO punta a far emergere le loro storie, intuizioni e memorie, che sono più importanti di un nome su una petizione o del contributo a una campagna. E gli organizer sanno già che almeno il 90% di questi incontri non porteranno a nulla. Ma tra le persone che incontrano ci sono quelli che definiscono i leader: “Un leader è anzitutto una persona che ha un seguito, nel senso che se chiama qualcuno questo viene”, fondamentale per non gravare su pochi volenterosi e mobilitare con certezza una moltitudine di persone in poco tempo e all’occorrenza.
“Il potere viene prima degli obiettivi” e questo il community organizer lo deve avere ben chiaro. Un’inversione di paradigma rispetto a quanto siamo abituati a pensare. Alinsky, il teorizzatore di questo metodo, sostiene infatti che “Se le persone sentono di non avere il potere di cambiare una situazione negativa, allora non pensano a come farlo”. È per questo che per dar vita a una nuova organizza- zione in un territorio gli organizer impiegano almeno un paio d’anni. Durante questo periodo non avanzano alcuna rivendicazione, non organizzano manifestazioni, non fanno comunicati stampa. Lavorano alla paziente tessitura di relazioni con i leader e le citate ‘istituzioni ancora’.

Foto di Luca Ferrante

Il Rione può cambiare? “In questa fase stiamo naturalmente lavorando per prototipi. All’Esquilino ho incontrato tante persone generose e impegnate, ma tentativi di diffusione di questa cultura dell’ascolto all’Esquilino e poco prima a Torre Maura e Tor Sapienza si sono interrotti e non hanno portato ai risultati sperati. Secondo me manca la capacità di individuare obiettivi specifici, la visione strategica e gli interlocutori che possono aiutare a raggiungerli. In generale Roma ha un’enorme quantità di associazioni ma magari composte da pochissime persone. Nelle grandi organizzazioni la normale dinamica porta ad aggirare le resistenze interne anziché affrontarle una volta per tutte e l’approccio non cambia. Una dinamica che si ripete anche nei comitati e associazioni”. Come organizzarsi per cambiare la situazione? “L’idea potrebbe essere quella di organizzazione cittadina, e non rionale, per affrontare i problemi nel loro insieme e alla radice con una pressione maggiore e una base solida, ma parlo sempre di coinvolgimento attivo delle persone, dimenticando le passate esperienze dei micro comitati tra cui mediare, spesso poco rappresentativi, che non hanno potere di pressione, con cui si ripropone un approccio che in sostanza è sempre dall’alto, di chi si definisce una rappresentante ma invece non rappresenta davvero la gente”. E sui tempi per traguardare questo risultato? “Mi do un paio di anni di lavoro e vediamo cosa succede”.

Silvio Nobili