Villa Caetani-Caserta, da nobile dimora a Casa Generalizia dei padri Redentoristi

Le testimonianze del passato nell’area fra l’Auditorium di Mecenate e la chiesa di Sant’Alfonso
(Numero 11 – Bimestre gen-feb 2017 – Pagina 9)

Agli inizi dell’Ottocento, Villa Caetani-Caserta apparteneva a Michelangelo Caetani, duca di Caserta e di Sermoneta. La tenuta si estendeva tra via di San Vito, via Merulana e via di San Matteo (non più esistente a causa della sistemazione moderna del rione Esquilino) che la separava da Villa Palombara, sul suo lato orientale.
La Congregazione transalpina del Santissimo Redentore. Nel settembre 1855, la Congregazione acquistò dal duca Caetani la villa con le sue pertinenze. Oggi di essa rimane soltanto il Casino nobile, seppure ampiamente ristrutturato nella Casa Generalizia della Congregazione dei padri Redentoristi. Al posto delle vecchie scuderie, inoltre, fu realizzata la chiesa di Sant’Alfonso dei Liguori, fondatore della Congrezione. In stile neo-gotico, su progetto dell’architetto inglese George Wigley, la chiesa venne ampliata nel 1898, risultando ormai troppo piccola per le esigenze liturgiche. “Arieggiante il gotico nelle rare decorazioni”, ha la facciata in laterizi e lesene in travertino. L’interno a tre navate conserva, dal 1866, il dipinto su tavola raffigurante la Madonna del Perpetuo Soccorso, giunto a Roma da Creta alla fine del Quattrocento e per tre secoli conservato nella chiesa di san Matteo apostolo, ormai demolita.
Villa Caetani-Caserta. La tenuta, alla quale si accedeva da tre cancelli posti rispettivamente in via di San Vito, in via di San Matteo e sulla strada Merulana, consisteva di due parti ben distinte. La prima comprendeva il Casino nobile di delizie, il giardino all’italiana con una fontana centrale ed altri fabbricati annessi; la seconda, più a valle, detta Tavernecola, comprendeva il Casino del cardinale Nerli, primo proprietario della tenuta. Nella parte rurale vi erano vigne e ortivi, suddivisi da viali alberati che confluivano a raggiera in un’esedra la cui estremità orientale coincideva con la parte mediana della proprietà. Un altro viale ortogonale a quest’ultimo, con al centro una fontana, divideva la tenuta in quattro settori suddivisi a loro volta in riquadri minori regolari. La tenuta disponeva anche di “bona aqua in puteo”, un’acqua “limpidissima” detta di San Giorgio, di eccellente qualità. Sul lato lungo la via Merulana, in posizione più elevata, si trovava un esteso ambulacro da cui si assisteva alle processioni che si svolgevano tra San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore. E sempre su altura sorgeva un particolare edificio per l’uccellagione, da dove la vista spaziava sulle Mura Aureliane e oltre, sull’agro romano ed i Castelli.
Il Casino nobile dei Caetani. La costruzione era imponente e a due piani, articolata con avancorpi laterali massicci delimitati da pilastri, con archi a tutto sesto e una parte centrale, più vasta, a tre archi a sesto ribassato, una monumentale loggia in facciata, oggi corredata dalle statue del Redentore e di Sant’Alfonso, ed un orologio a doppio quadrante montato a bandiera. Nelle arcate superiori, finestre con occhio soprastante con cornici di eleganza barocca, pur nella loro semplicità. L’area antistante il Casino presentava muretti e restringimenti per colmare il dislivello del terreno, ancora esistenti.
L’Auditorium di Mecenate. Nel 1872, per la realizzazione del quartiere moderno, la maggior parte della tenuta fu espropriata e durante i lavori di sbancamento per la nuova viabilità, “alla estremità dell’area della villa verso la via Merulana” fu scoperta “la sommità di un muro di forma curvilinea, con residui di intonaco vagamente dipinto”. Ulteriori scavi rivelarono che “il muro medesimo costituiva l’estremità di una grande sala quadrilunga, terminante da uno dei lati minori in un semicerchio nel quale giravano sette gradi concentrici a similitudine di quello di una cavea di teatro”, identificato poi nell’Auditorium di Mecenate dove lo statista romano riuniva poeti e letterati, da Orazio a Virgilio, da Ovidio a Tito Livio. La scoperta, nell’intonaco bianco del muro esterno dell’emiciclo, di alcuni versi di un epigramma di Callimaco ne fu la prova definitiva. Esso faceva dunque parte del grande complesso residenziale della seconda metà del I secolo a.C. appartenuto a Gaio Cilnio Mecenate, amico e consigliere di Augusto. Attualmente molte perplessità si hanno per quanto riguarda tale destinazione ad Auditorium, l’ipotesi più accreditata è che si trattasse di uno dei tanti ambienti della villa, un luogo di convivio privato, ipogeo per godere dei vantaggi della frescura di luogo sotterraneo.

Carmelo G. Severino